Il libro
L’apprendistato alla morte è un percorso poetico lacerato e vertiginoso, in cui Marco Vetrugno attraversa le soglie dell’identità, del dolore, della follia. In questi testi dalla tensione febbrile e visionaria, corpo e mente si fanno campo di battaglia, memoria e abisso. La voce poetica si frantuma e si ricompone tra allucinazioni mistiche, derive psichiche, residui urbani e ricordi infetti: un io che non si confessa ma si espone, ferita aperta e frammento dissidente. Il tempo dell’apprendistato è quello dell’iniziazione alla perdita, alla consapevolezza della fine, ma anche a un linguaggio che tenta di reggere la vertigine. Vetrugno scrive con urgenza e precisione, incrociando spiritualità ed esperienza psichiatrica, visione e materia, in un ordito che fonde lirismo estremo e brutalità esistenziale. Come sottolinea Renato De Capua nella prefazione, «esiste una dialettica anche nel congedo, un’eterna battaglia tra tradurre e rinominare, scomporre e riassestare le parti in un unico corpo». Una poesia che non consola, ma scava, attraversa, riemerge – e nel farlo chiede di essere ascoltata fino in fondo, anche quando fa male.
L’autore
Marco Vetrugno (Lecce, 1983) ha pubblicato cinque raccolte poetiche, due testi teatrali (Mùtilo edito da Musicaos nel 2017 e Apologia di un perdente edito da Elliot nel 2018) e un romanzo (Apoteosi di un allucinato edito da Qed nel 2024). In rete sono presenti estratti, lettere e poesie scelte.
Il paziente logorio che avanza
gli occhi feriti dalla luce
gli ultimi pensieri dell’impiccato
la rievocazione.
Credevi fermamente
nell’esistenza di una zona inviolabile:
ora sai che nulla viene risparmiato.
Sceso in strada
ad ogni passo traduci e rinomini
scomponi e ricomponi il rito
non ti dai pace.
*
In carcere
fumo una sigaretta dopo l’altra.
Dalle sbarre del finestrone
osservo passeggiare la guardia
sul muro di cinta.
Non controlla nulla
non si aspetta nulla.
Mi stendo sulla branda:
con me stesso non posso parlare
da me stesso non posso fuggire.
Tanto vale dormire
tanto vale sparire.
*
Conserva nei tuoi docili palmi
il biglietto di ritorno
dal mio malessere
e nella memoria
il ricordo
di quando ti sono venuto
a cercare.
Non dimenticare la verità
che ha unito i nostri corpi
la verità
che ci ha reso
per sempre diversi
implacabili.








