Lingua di mezzo è una raccolta di ottantadue poesie che pone al centro la lingua come linguaggio e la lingua come organo. Si susseguono così componimenti che usano la ə come vocale, il pronome personale di terza persona al plurale invece che al singolare, tutti, questi e altri, artifici oggetto del dibattito linguistico e grammaticale contemporaneo; e tante sono le poesie d’amore che giocano con la lingua come strumento ultimo del bacio. Anche laddove non si giunge al compimento di quest’ultimo, vi è una ricerca di comunicazione, tesa a sfruttare qualsiasi mezzo per unire le persone. Ciò acquista significato e diventa simbolo equivalente degli stessi mutamenti vocalici, grammaticali che tendono all’inclusività. L’autrice si muove così nel tentativo di trovare un equilibrio tra le esigenze contemporanee e la formalità di una lingua che rischia di essere arricchita o limitata dagli stessi espedienti.
La prima volta che mi sono sentita guardata
da te, ho dovuto voltare due volte il volto.
È stato credo quel volgere, in due tempi,
– come un riavvolgere – scoprire che guardavo anch’io.
*
Io potrei parlare con la schwa, potrei giocarci,
flirtare, conviverci, come fosse
una persona, per un’esistenza intera.
Ma lei deve essere sincera quanto me,
deve sapermi dire, universalmente, tuttə.
*
Io voglio poter dire: esci
la lingua dalla bocca, sali
le valigie e tutte le borse, scendi
la pasta o il cane. Tutti quei verbi intransitivi,
che a voi suonano male,
usarli in maniera transitiva.
A me sembra normale uscire qualcosa dal frigo,
suona bene, vedo il gesto corretto.
Mannaggia, mia lingua, che sei di tutt* e di nessun*.
*
A me piace sorridere maliziosamente,
che poi vengano le rughe, me ne faccio
una ragione. Sorridere maliziosamente,
se lo si sa fare, vuol dire avere occhi
intelligenti, allegri e furbi. Non è mica
niente. Così sai fare linguacce al mondo.









