La prima opera poetica di Gabriella Solazzo, la cui copertina è impreziosita dal fotografo Gabriele Fanelli, è un viaggio dell’anima “per curarsi e curare”. In esso si avverte l’eco della poesia classica: la poetessa si guarda, per donare lo sguardo che salva; si cura, con la magia della parola, per donare la cura. Il lettore, come dice Italo Pellegrino nella sua postfazione, compie una sorta di “percorso a spirale” in stanze metaforiche: la stanza dell’amore, in cui la poetessa parla dei suoi affetti più cari; la stanza del dolore, caratterizzata da un intenso dialogo tra la poetessa e la figlia sedicenne Ludovica Pia, mentre, contro l’anoressia, combatte un’atroce battaglia, in cui ha subito una “caduta disperata”, dalla quale cerca con forza ali di libertà e di rinascita; la stanza – studio, in cui a farsi luce sono due drammi, nei quali la voce contro ogni pregiudizio e sopraffazione si fa parola che tocca le corde più intime; l’ultimo spazio di questo viaggio è il giardino, in cui il dolore si fa speranza di luce e fede in due liriche, che danno senso alle cicatrici e alle lacrime del mondo e della vita.
Naufragio di speranza
Non naufragare nel porto
delle allodole
dove il vino buono
sanguina dolore,
non naufragare al largo
dei gabbiani
dove il sole di marzo
piove cenci di rabbia
e di ingiustizia,
naufraga nei ricordi
di sangue e sacrifici,
nel mare bello di
papaveri e speranze
nei giorni lucenti
di cicale che cantano
la pace,
naufraga nelle croci
redentrici,
negli occhi giovani
che gridano la luce.
*
A Ludovica
Ringrazio Dio per i tuoi
occhi da cerbiatto,
per la tenerezza dei tuoi
giorni in attesa del vento,
in attesa del mare,
di un bacio salmastro
che sfiora la fronte,
di un fiore che spunta
cocciuto di vita e poesia
tra rocce, su dune
di dolore, nel ventre
della notte violacea e
senza luna.
Ringrazio Dio per la tua
musica di oggi
e di domani,
per le culle di sorrisi
che canti nel mio
cielo, nel mio rosso
tepore di preghiera.
*
Ali di papavero
Mi vogliono acciaio
e io sono tenero giunco,
sguardo di grano nel deserto,
acqua e miele nell’arsura
del tramonto e del vento.
Mi vogliono aquila
con ali di cielo e di mare
e io sono piccolo usignolo
con ali di papavero e musica
nel cuore e negli occhi,
sono rondine di danza e cielo,
di primavera e risurrezione,
di timido alleluia di vita.