Il libro
La pazienza delle meduse è un libro che attraversa l’intera geografia emotiva di una vita: l’infanzia, il lutto, l’amore, la maternità, la malattia, l’ansia, la memoria e il desiderio di resistere al caos del mondo. Carla Ghisani costruisce un lungo poema autobiografico in cui esperienza personale e riflessione universale si intrecciano in una lingua visionaria, capace di muoversi tra natura, scienza, sogno e quotidianità. Le meduse del titolo diventano simbolo di una sensibilità estrema e vulnerabile, ma anche di una sorprendente capacità di adattamento e sopravvivenza. Attraverso una successione di “incipit” che scandiscono le diverse stagioni dell’esistenza, la raccolta dà forma a una ricerca incessante di senso: la poesia si fa strumento di conoscenza, tentativo di nominare ciò che sfugge, di abitare il dolore senza esserne travolti. Ne emerge una voce intensa e riconoscibile, che osserva il mondo con uno sguardo inquieto e partecipe. Come scrive Alberto Bertoni nella postfazione, in queste pagine «le parole della creazione si presentano come uno “sciame di meduse”», immagini vive e mobili che accompagnano un «viaggio percettivo» di straordinaria coerenza. La pazienza delle meduse è così il racconto poetico di una lotta per la vita interiore, un itinerario nelle profondità dell’essere che trasforma la memoria individuale in esperienza condivisa.
L’autrice
Carla Ghisani (Cremona, 1969) vive fino ai vent’anni in un paese al confine con il parmense, sul fiume Po. Del grande fiume vive campi e natura, inondazioni e un’infanzia brevemente spensierata. La vita la porta ad abitare in varie regioni e città d’Italia. Onnivora in letteratura, appassionata di arte ed architettura, biologia e scienze, atea, esteta, tendenzialmente apolide, ama le parole, gli spazi aperti, le piante. Gli animali, umani inclusi. Il mare e il cielo, sopra ogni cosa. Lavora come Segretaria scientifica/Case manager in Fondazione Istituto dei Tumori, a Milano. Pubblica nel 2022 Prove di volo, Les Flaneurs Edizioni.
Silenzi tagliano come coltelli
scagliati da lontano da goffi lanciatori,
domande scavano la gola,
si tingono di rosso
Hai spento ogni mio entusiasmo
uno ad uno,
ogni slancio tirato giù dal cielo
come un tiro al piattello
Blocco il mio istinto da incendiaria,
sghemba rivoluzionaria dedita al surreale,
all’evitare il male
In fondo credo di amare il mio cadere
coda di meteora,
stella morta a picco verso il centro di me stessa,
dentro ogni abisso,
giù, nelle falesie
senza ritorno
*
Da bambina credevo di essere un maschio
come tutti i miei pari,
fratelli, cugini, compagni di giochi fra i campi, lungo gli argini,
in caserma tutti erano maschi,
tranne le madri e pochi altri adulti,
e perché mai io no?
Adulta, non ero
Nemmeno dopo mezzo secolo lo sarei diventata
E scappavo veloce su bici con la canna,
salivo sugli alberi come un gatto,
tappandomi le orecchie ai richiami
sei femmina, scendi, chiudi le gambe
Sono esperta nell’arte di scappare
e scendere dagli alberi a gambe chiuse,
ve l’assicuro,
non è cosa,
non si può fare
*
Dopo tanto tempo,
a distanza di pugni d’anni dalla tua morte
ho smesso di parlarti,
di cercare risposta
L’ossessione del passato che mi tratteneva nel tuo ricordo,
il muro che si sfoglia e cade sul pavimento
in lento volo, per la perdita nascosta
nel ventre della casa
Il tramonto ci cade addosso con dita di fuoco
ogni fibra del corpo poggiata a terra,
le nostre membra mischiate, pezzi di scacchi
e sento le ossa sprofondare sotto l’erba
Tutti i pensieri appesi,
tele di ragno fra i rami
le parole sommerse,
taciute per non ferire
relitti fra le alghe









